Luca D. Majer
Musica  ed altro  
 

L’era dello sciamano 

 

 

A NYC… la perfetta descrizione del decadimento urbano.

[deleted] sul Miles elettrico ’70/‘75, Reddit (2022)

 

Miles ca. 1972

 

Miles si riscalda

 

MD Ottetto, Rio de Janeiro 1974

 

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Tra febbraio e aprile ’70 Miles registra con una dozzina di musicisti “Jack Johnson” dove entra una carta vincente del futuro sound sciamanico: Michael Henderson, ex-Stevie Wonder band, al basso. La dura chitarra del solito algido scozzese mai suonerà meglio con Miles, né con altri, ma McLaughlin e Holland sono destinati a uscire - meglio così.
 
Appare pure un sax meno cerebrale per rimpiazzare Shorter: Steve Grossman, più adatto alla musica ‘giovane’ che Miles vuole suonare adesso e primo di una lista di (tutti!) mirabolanti alto e soprano sassofonisti che si alterneranno da ora fino al ’75. 
 
Nel frattempo (marzo ’70) suona al Fillmore East con un quintetto (Wayne Shorter, Chick Corea, Dave Holland, Jack DeJohnette) + Airto Moreira ma Corea ama troppo far sentire che è bravo e Wayne Shorter è troppo bravo tout court: ora un intellettuale del sax, fra poco deciderà di suonare lunghe note coi Weather Report e semplificare il suo codice strumentale, ma qui no. Il risultato è prima freddo, poi elettrico.
 
In aprile lo stesso gruppo suona al Fillmore West e poi in giugno ancora a New York, con un doppio pubblicato ad ottobre ‘70. I risultati meno groovy del Miles del periodo.
 
In aprile enter mr. Keith Jarrett, che scioglie il ghiaccio di scale aumentate e diminuite di Corea. Verrà costretto da Miles a suonare un Contempo (o era Farfisa?) elettrico che odia… ma poi gli piacerà usare, stordendogli gli armonici col distorsore.
 
Jarrett porterà energia da vendere e direi soprattutto la capacità di iniziare a lavorare su giri armonici folk e riff rock, melodie a cavallo tra nord e sud, lontane dal jazz di un tempo e vicine al tribale o alla ripetizione minimalista. Il connubio non durerà molto ma ne rimarrà indelebile traccia in entrambi.
 
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L’entrata di Al Foster porta il trucco meraviglioso del charleston fissato un po’ aperto, affinché anche da chiuso continui a vibrare. Il che crea una sorta di pedale continuo di piatti in sottofondo, tratto tipico del periodo. Lo si sentirà spesso negli album finali, dove i dischi iniziano spesso di charleston, mazzato a colpi infaticabili per decine di minuti.
 
E’ con “In Concert” (registrato nel settembre 1972, a NYC) che Miles aggiunge al format del quintetto (con Foster/Henderson e Cedric Dawson come base ritmica + Davis e Carlos Garnett al tenore/soprano) 2 percussioni + 1 chitarrista scatenato (Reggie Lucas.) Il risultato è un funk-jazz con tastiere futuribili (appare il synt, che Miles stesso userà abbondantemente da quando nel ’73 sponsorizza la Yamaha) e percussioni brasiliane e momenti eterei, e flamenco e blues e rock.
 
Ha trovato - con questi musicisti - il suono che sentiva: a generare gli stessi effetti della musica Sufi, a trasportare menti verso stati alterati di coscienza. Diventerà un suono che, nonostante le correzioni di line-up, col tempo assumerà sempre più la propria definitiva funzione magica.
 
Musica che, d’ora in poi, ti fa accapponare la pelle, o ronzar la testa come dopo un KO, o perfora l’etere con indemoniati squilli di tromba processata e sproloqui di sax (in Ife!) e funambolismi di chitarra elettrica a 12 corde dal segnale iper-distorto. O semplicemente un pulsare sommesso di basso elettrico con piccole scorribande d’un piano elettrico.
 
Musica che diventa esercizio psicologico; diviene lo specchio di quello che sei tu: inquietante se sei inquieto; inebriante quando inebriato; intollerabile se tu intollerante. Calma, quando sei calmo. 
 
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Da “In Concert” in poi i titoli non vengono più usati, inutili fardelli descrittivi per una musica di una pazzesca intensità esecutiva, da ascoltare (pardon l’ovvietà, ma qui è indispensabile) ad un volume simile a quello col quale venne suonato in concerto e mentalmente premettendo all’ascolto l’intima certezza che l’assalto elettro-acustico sarà devastante.
 
Siamo infatti nei territori della musica “aldilà dell’epistemologia”, dove l’attacco è frontale, dritto alle nostre terminazioni nervose, con prolungata sollecitazione del corpo che trascende scale e arpeggi, armonie e melodie. 
 
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Pubblicato  su Blow Up music magazine, maggio 2026